IL FUOCO DELLA MATERIA

Forma come approdo di libertà, forza, audacia, impeto, lealtà. E’ il credo di Luciano Tarocco, scultore, portatore di una poetica ricercata, progettata, realizzata in 30 anni di lavoro trascorsi a sperimentare se stesso in rapporto alle voci, ai suoni, ai sussurri, ai palpiti che la natura invia a chi ha antenne sensibili. Al di là dell’apprendistato all’Accademia Cignaroli con la guida dei Maestri Franco Girelli e Ugo Tessari, Luciano Tarocco elabora solo le sue intuizioni, che arrivano puntuali, mai influenzate dall’opera di altri scultori che l’artista evita di analizzare non certo per mancanza di ammirazione o di stima, ma solo per proteggere la sua fantasia da interferenze. Nascono così le sue forme bronzee che sanno scoprire il fuoco nella materia. Non secondaria la tecnica artistica. Un vero e proprio lavoro, con le sue contrapposizioni di necessità e di libertà che si dilatano nel ciclo completo dell’esperienza. Nella costruzione dell’opera, un’inarrestabile processo di apprendimento e specializzazione tra fare e sapere; una maturazione che diventa un conoscere, ”facendo”, e di un fare conoscitivo che tocca gli schemi propositivi di archetipi, di segni futuri, di simboli. In Tarocco, anche una attenzione costante che gli fa seguire le sue creature fino all’ultimo ritocco, alla patinatura, alla carezza finale. Dell’artista, qui una piccola antologia sui vari passaggi, prove, punti di arrivo. Un percorso che si avvia con l’omaggio alla scultura classica, per proseguire sul difficile territorio dell’espressività a costo dell’ “antigrazioso” e dell’imperfetto. Una conquista segnata anche dalla scelta dei soggetti, mirata anche all’inizio a ricercare la “tensione” nella natura. Tutto ciò diventa ”corpo”. Corpo che si slancia e si dilata alla ricerca di percezioni, reti di sensorialità. memorie per aprire il vuoto intorno a sé, per contrapporre lo spazio alla figura, per sostenere un lotta che imprima i segni della propria presenza e ricominci da capo verso nuova conoscenza. Già nella ieratica classicità di pezzi come “La Dea Bendata”, “La Pudica”, “La bagnante”, “Maternità” é insita quella rottura della perfezione (quella ricerca del contrasto che toglie la natura dal suo Eden per scaraventarla nel dubbio). La racconta il percorrere delle forme, con gli avvallamenti di una ascella, con lo sporgere di un fianco, là dove la luce sfuma in una pace irrisolta. La ribadisce la simbologia della “Natalità” dove Stella, Luna, Cielo, Madre, ribellati alla tirannia del giorno e della notte, spartiscono un tema inafferrabile. Tarocco sembra aver capito il senso di perfezione e la sua contraddizione. Uomo e natura non sono mai stati un canto arcadico. Tutto, pur nella continuità, é portato a spezzarsi per la sua caducità e a trasformarsi per ribadire il concetto della sua identità. Indicativa la scultura dedicata al “Cavaliere” che stramazza, così icastica nella torsione della testa del cavallo: il muso nella polvere, le vene artigliate, il ferro dello zoccolo conficcato nel cuore. Ugualmente incisivo lo strazio della “Gatta Partoriente”, altera, nella sua armoniosità di felino: l’utero dilatato come voragine di vita, urlo come creatività, invocazione di aiuto nella zampa tesa dallo sforzo. Emozioni che emergono anche nella serie delle minisculture dove la bellezza non é uno sterile messaggio sufficiente ad allietarci con il piacere concesso agli occhi, ma si piega alla violenza di un non facile pensiero. Come nei cavalli dai nervi e dai muscoli tesi in una positura inconsueta; in un impeto che vuole staccarsi dalla materialità della terra e sogna due ali. Come nei tori dal collo arcuato, con il giro di coda lanciato nella forma ad uncino. Ossa, tendini, lombi, sangue, cervello si fondono nella rabbia degli zoccoli che raspano la terra, nella caparbietà della testa che non si sottomette al giogo.

Vera Meneguzzo

OMAGGIO DI TAROCCO ALLA SCULTURA CLASSICA

La prima impressione che si prova, nell’osservare l’opera scultorea di Luciano Tarocco, esposta alla galleria “La Meridiana”, è certamente stimolata dal vigore delle sue forme, dal loro naturale appropriarsi dello spazio, riempito più con il movimento o la staticità dei corpi, che con il loro volume. Scultore nato e cresciuto in fonderia, Luciano Tarocco conosce tutti i segreti della fusione in bronzo, egli sa ritoccare le cere, è in grado di valutare i fumi sprigionati dalla loro cottura, sa compiere il lavoro prezioso del bronzista e le patinature. Le perentorie cariche dei suoi tori, le ferme e poderose pose delle sue maternità, lo slancio dei suoi cavalli sono le prove nelle quali egli traduce le sue accademiche conoscenze, sono gli esercizi attraverso i quali egli manifesta sostanzialmente il contenuto ardimento che, ogni volta, si materializza nella composizione di una scultura animata e sorretta dal vigore delle forme e del movimento. Tarocco percorre un itinerario plastico che prende le mosse “da un omaggio alla scultura classica, per proseguire sul difficile territorio dell’espressività a costo anche dell'antigrazioso - scrive Vera Meneguzzo in catalogo - e dell’imperfetto. Una conquista segnata anche dalla scelta dei soggetti, mirata anche all'inizio, a ricercare la tensione della natura. In ogni caso, la ricerca di Tarocco si accosta alle diverse espressioni plastiche del Novecento, filiformi, stilizzate o formose, che vengono infine modificate nel momento in cui egli si appresta a modellarle, adeguando gli alti esempi della scultura del nostro secolo alle sue necessità espressive, alla ispirazione che lo coglie nel momento in cui egli si accinge a costruire un’opera.

Giorgio Trevisan

CHI E' LUCIANO TAROCCO

La vera identità di uno scultore si misura, in genere, dal compiacimento che l’artista manifesta in ordine ai canoni convenzionali della bellezza formale. La qualità, e quindi il peso culturale di un’opera, sta anzitutto nel non aver perseguito intendimenti che antepongono alla sensibilità dell’arte la piacevolezza utopica dei sensi, poiché essa mortifica i contenuti propri dell’immagine, fatalmente aggredita dalla lusinga della decorazione. Luciano Tarocco, artista, scultore, afferma la propria personalità cercando nel linguaggio magico dei volumi e delle luci, la mediazione di un rapporto tra le “cose” e la loro essenza; libera le forme dalle costrizioni di mode e gusti correnti; riscatta la presenza di uno spazio avvolgente che ospita i vari temi della sua creatività; traduce nel gesto nervoso, o tranquillo, della modellazione, il succedersi di sentimenti, emozioni, il pudore stesso, quasi sacrale, di un’esistenza privata, talora volutamente incomunicabile. Sono ora figure umane, nere, eleganti, disegnate entro percorsi armonici, morbidi, allentati; raccontano piccole o grandi storie, con puntuale discrezione e incisività; sembrano protagoniste di appuntamenti notturni sotto la luna, abbandonate al fluire tenero degli affetti. Sono, invece, animali, amati visceralmente, colti negli atteggiamenti che seducono l’amicizia e diventano metafora della vita superiore: la gatta che partorisce, il cavallo che non regge la fatica e pare inabissarsi nelle voragini della memoria letteraria: Don Chisciotte, ad esempio. Altri animali: il toro, simbolo ancestrale della mitologia antica che vi leggeva le incarnazioni preferite da Giove; il toro virulento, libero abitatore della prateria; il toro offeso, umiliato dalle “banderillas”, costretto a morire da eroe sconfitto nell’arena divertita: oggetto da spettacolo. Ancora il toro, grande, solenne come un monumento di civiltà dissepolta: raccolto nel suo intatto volume di bronzo dove la luce naturale del giorno ricama superfici straordinariamente tattili. Partorirà, certo, la donna gravida che sente nella mano il fremito del suo nascituro, allo stesso modo di come ha partorito la cavalla che tiene presso di sé, gelosamente, il puledrino; come ha partorito la giovane donna cha alza al cielo il frutto meraviglioso del suo amore. Tarocco è un narratore che illustra i fatti come avvengono dal di dentro, cioè dal segreto della sua anima; non ama la cronaca; credo che il suo mondo sia un canestro intrecciato di favole dove non esistono cattiveria, iniquità, devastazione morale. I suoi personaggi, anche gli animali lo sono, escono con delicatezza dalle pagine di un diario mentale semplice, genuino, innamorato dello splendore interiore che è, alla fine, quello che conta e che qualifica come opera d’arte, l’espressione consapevole dell'artista. Tarocco è, dunque, un poeta; un poeta buono: sapiente nel mestiere che conosce fin nei minimi dettagli; attento agli eventi che entrano nel privato della sua casa; innocente a cercare ogni notte, una luna diversa che gli ispiri i gesti con cui modellare le sue sculture. Messe in ordine, queste sculture popolano una storia accattivante; una per una sono creature timidissime che raccolgono entro perimetri accartocciati, la nobiltà del tratto scultoreo, esteticamente coerente, equilibratissimo. Soprattutto sorprende una presenza non vista, ma intuita: un genio d’amore elabora luci e volumi, crea nouages di colore, anche la scultura è colore, e misura con accortezza fantasia e istinto prima che intervengano gli estetismi dei compiacimenti mercantili. Non dimentichiamo, comunque, che accanto a questo Tarocco, intimista, esiste un altro Tarocco, più emblematico e celebrativo, autore di numerosi grandi monumenti pubblici, realizzati in Italia e all’estero; ambasciatore di una tradizione scultorea figurativa che onora un genere a torto scarsamente considerato. Un artista completo, alla fine, Luciano Tarocco, cui auguriamo di cuore meritati successi.

Umberto G. Tessari

A PROPOSITO DEI BRONZETTI DI LUCIANO TAROCCO

Penso che non sia facile avventurarsi in un giudizio attorno ad una produzione artistica così passionale, quale appunto quella di Luciano Tarocco: soprattutto perché è mia convinzione che il dire più opportuno nei riguardi di una "costruzione" poetica comporti delle “costrizioni” necessarie e mirate a quel prodotto. Come non potrebbe reggere un commento musicale che non “parlasse” con le stesse architetture della musica, così un testo (anche pregevole) non potrebbe arricchire delle sculture se non adottasse un codice plastico; e mi rendo conto di esserne sprovvisto, o per lo meno che il mio dire plastico (così strutturalmente arcaico) è “altro” rispetto a quello di Luciano. Luciano Tarocco, con i suoi bronzetti, è invece attualissimo: così attuale che, paradossalmente, gli si addice l’aforisma pasoliniano secondo cui egli si trova al punto in cui si rinnova il mondo. E vi riesce proprio perché, in questa epoca, ogni ambito delle espressioni culturali più accreditate coltiva il movimento, con amplificazioni che spesso raggiungono la ridondanza del virtuosismo: ecco un teatro straripante di gestualità, ecco un cinema vincente per l’abbondanza di effetti speciali, ecco una musica che percuote la mente (titolo di un recente festival), ecco una architettura che vuole lasciare il segno. Qui, dove ogni dolore si traduce in disperazione, dove ogni gioia diventa euforia, ogni voce un grido, qui anche il movimento è una dislocazione; e, in questa pratica appunto, le figure di Tarocco devono spostarsi ad alta voce, uscire dal loro baricentro, se vogliono dire. L’antica dinamica viene interamente assorbita nella cinetica, sicché vedere un’azione che si compie in un corpo (sia esso vivente o fuso nel bronzo) è un “guardare trascinato” dallo spostamento di forme dislocate o di forme protese. Non basta più il cenno per muovere un corpo, perché sarebbe troppo insignificante per il nostro appetito visivo, e non verrebbe capito. Luciano Tarocco, attento e rispettoso nei confronti del suo Fruitore-modello, trascina “oltre” i suoi cavalli e i suoi nudi, per renderli ancor più loquaci; e, così, soddisfa in pieno questo appetito dello sguardo, senza ombra di dubbio. Più che altri rappresenta il nostro Oggi, perché è coerente, esplicito: contorce le sue figure e le la gridare per renderle parlanti. Nonostante la diversa lunghezza d’onda tra il suo e il mio modo di percepire, queste sculture hanno favorito un dialogo. Anche se a me (arcaico incorreggibile) un piccolo dubbio rimane: chissà perché tutte le volte che al museo di Delfi ammiro l’Auriga, lo vedo muoversi e sento galoppare i cavalli? Eppure è un giovane diritto, fermo, vestito, che guarda davanti a sé, e che trattiene delle briglie in mano. A renderlo vivo, mobile ed eloquente, forse che sia quel nastrino sulla fronte annodato dietro la testa e quel tallone del piede sinistro che sembra non appoggiare per terra?

Cesare Padovani